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Nina Ćeranić a Venezia: Esplorando Oggetti e Sguardi nella Mostra "As I Shape the Object"

11 de julio de 2026Carlos Mendoza8 min

Italiano (Parafrasato) L'esposizione di Nina Ćeranić, intitolata As I Shape the Object, the Object Shapes Me, non è una semplice rassegna, ma piuttosto un dinamico laboratorio artistico. Questa sua prima mostra personale, allestita presso la A plus A Gallery di Venezia, fonde pittura e el

Italiano (Parafrasato)

L'esposizione di Nina Ćeranić, intitolata As I Shape the Object, the Object Shapes Me, non è una semplice rassegna, ma piuttosto un dinamico laboratorio artistico. Questa sua prima mostra personale, allestita presso la A plus A Gallery di Venezia, fonde pittura e elementi installativi per esaminare il ruolo degli oggetti nel modellare la nostra percezione visiva.

Il titolo stesso allude a una dialettica bidirezionale, suggerendo che gli oggetti trascendono la loro natura di rappresentazioni statiche, agendo invece come catalizzatori capaci di alterare la prospettiva dell'osservatore. Le opere esposte, realizzate in vari formati, raffigurano oggetti comuni – come gioielli, componenti automobilistici, elettronica e suppellettili – la cui origine iconografica risiede in immagini recuperate dal web, frequentemente da siti di compravendita di oggetti usati. L'atto pittorico si inserisce in questo processo come un ulteriore strato di interpretazione.

Per Nina Ćeranić, l'attenzione si sposta dall'oggetto in sé alla serie di percezioni che lo hanno plasmato. In ogni fotografia di un oggetto quotidiano permane una risonanza dell'interazione che un individuo ha avuto con esso: il modo in cui è stato isolato, immortalato e collocato. Attraverso la pittura di queste immagini, l'artista crea un'ulteriore distanza critica, trasformando il soggetto in un crocevia di diverse prospettive. Il proprietario, il fotografo, l'osservatore online, il pittore: ogni fase di questo percorso introduce una mutazione di significato.

In questa dinamica, la pittura si erge a mezzo per analizzare criticamente la proliferazione contemporanea delle immagini. Nel contesto della cultura visiva digitale, gli oggetti acquisiscono esistenza primariamente come rappresentazioni digitali, precedendo spesso la loro materialità. Le innumerevoli fotografie amatoriali che affollano il web, pur essendo immagini funzionali e prive di intenti estetici elevati, costituiscono per Ćeranić una sorprendente e involontaria raccolta di interazioni umane quotidiane.

La componente installativa dell'esposizione concretizza ulteriormente questa meditazione artistica. I dipinti sono incastonati in strutture di legno e metallo che suddividono la parete della sala d'ingresso in una griglia asimmetrica. Questa disposizione evoca simultaneamente due paradigmi visivi distinti: da un lato, la configurazione narrativa dei polittici e degli altari, dove una scena centrale è affiancata da episodi secondari; dall'altro, la logica modulare delle interfacce digitali, caratterizzata da icone, finestre e directory.

Si crea così un'interessante fusione tra la sacralità di un altare e la funzionalità di un desktop. Entrambi fungono da sistemi per organizzare visioni e definire priorità percettive, ma soprattutto generano una forma di rituale visivo. In questa cornice, il classico "white cube" della galleria perde la sua sterile neutralità, trasformandosi, grazie all'installazione, in un ambiente più intimo, che ricorda spazi domestici con mensole, vani e piccole teche. Questi motivi si estendono nelle sale successive, guidando il visitatore attraverso i due livelli espositivi della galleria.

Essendo la prima mostra personale dell'artista, l'allestimento si presenta come un punto di partenza fondamentale. Le superfici espositive della galleria ospitano il capitolo iniziale di un vasto archivio visivo, dove opere create in periodi diversi convivono temporaneamente. Il nucleo tematico dell'esposizione verte sulla relazione tra corporeità e oggettualità, tra materia e interpretazione, articolandosi attraverso tre serie distinte: Qualia/Memories (2015 – 2018), Objects (2018 – attuale), e Skin and Nails (2025 – attuale). Queste serie si intersecano come strati successivi di un'unica problematica. Nel ciclo Objects, gli elementi della vita quotidiana sono isolati e reinterpretati con ambiguità attraverso la fotografia; in Skin and Nails, l'azione del corpo soppianta l'oggetto come fulcro di interazione; mentre Qualia/Memories introduce una prospettiva autobiografica che sfida la nozione convenzionale di memoria come possesso esclusivamente individuale.

L'esposizione elude una sequenza narrativa convenzionale, preferendo invece costruire, seguendo il flusso del pensiero, una configurazione fluida in cui oggetti, corpi e immagini si influenzano e si riconfigurano reciprocamente in un ciclo continuo. La griglia espositiva funge, in questo senso, da rappresentazione visiva di un processo cognitivo, intervallato da sezioni, interruzioni e momenti di riflessione. Ogni opera pittorica occupa uno spazio che è al contempo contenimento e apertura, quasi che la pittura stessa richiedesse una struttura architettonica per manifestare la propria intrinseca dinamicità.

In questa ambivalenza risiede una delle forze più significative dell'opera di Ćeranić. Gli oggetti mantengono la loro riconoscibilità, pur apparendo sottilmente estraniati, scardinati dalle consuete classificazioni che li ancorano alla realtà quotidiana. La pratica pittorica si inserisce quindi come un meccanismo di disturbo nei confronti della rapida propagazione dell'immagine digitale, rallentandone il transito, arricchendone la superficie con strati successivi e rivelando la temporalità insita nel gesto creativo.

Invece di fornire un'interpretazione esplicita, l'esposizione propone un approccio alternativo alla percezione visiva. Gli oggetti non sono più semplici reliquie da venerare o simboli da decifrare, ma si trasformano in nodi di transito, superfici su cui si stratificano connessioni, immagini e ricordi che trascendono la proprietà di un singolo individuo. L'opera di Nina Ćeranić, in tal senso, priva gli oggetti di un significato rigido, mantenendoli in uno stato di ambiguità dove ciò che percepiamo è sempre il compendio di visioni stratificate nel corso del tempo.

English (Translated)

Nina Ćeranić's exhibition, titled As I Shape the Object, the Object Shapes Me, is not a mere overview, but rather a dynamic artistic laboratory. This, her first solo show, presented at the A plus A Gallery in Venice, merges painting and installation elements to examine the role objects play in shaping our visual perception.

The title itself alludes to a bidirectional dialectic, suggesting that objects transcend their nature as static representations, acting instead as catalysts capable of altering the observer's perspective. The exhibited works, created in various formats, depict ordinary objects—such as jewelry, car components, electronics, and household items—whose iconographic origin lies in images retrieved from the web, frequently from second-hand marketplaces. The act of painting inserts itself into this process as an additional layer of interpretation.

For Nina Ćeranić, the focus shifts from the object itself to the series of perceptions that have shaped it. In every photograph of an everyday object, a resonance of the interaction an individual had with it persists: the way it was isolated, captured, and placed. Through painting these images, the artist creates an additional critical distance, transforming the subject into a crossroads of different perspectives. The owner, the photographer, the online observer, the painter: each stage of this journey introduces a shift in meaning.

In this dynamic, painting emerges as a means to critically analyze the contemporary proliferation of images. Within the context of digital visual culture, objects primarily acquire existence as digital representations, often preceding their materiality. The countless vernacular photographs that populate the web, though functional images devoid of high aesthetic ambition, constitute for Ćeranić a surprising and involuntary archive of daily human interactions.

The installation component of the exhibition further embodies this artistic meditation. Paintings are set within wooden and metal structures that divide the wall of the entrance hall into an asymmetrical grid. This arrangement simultaneously evokes two distinct visual paradigms: on one hand, the narrative configuration of polyptychs and altarpieces, where a central scene is flanked by secondary episodes; on the other hand, the modular logic of digital interfaces, characterized by icons, windows, and directories.

An intriguing fusion is thus created between the sacredness of an altar and the functionality of a desktop. Both serve as systems for organizing visions and defining perceptual priorities, but above all, they generate a form of visual ritual. In this framework, the gallery's classic "white cube" loses its sterile neutrality, transforming, thanks to the installation, into a more intimate environment, reminiscent of domestic spaces with shelves, compartments, and small reliquaries. These motifs extend into subsequent rooms, guiding the visitor through the gallery's two exhibition levels.

As the artist's first solo exhibition, the setup serves as a fundamental starting point. The gallery's display surfaces host the initial chapter of a vast visual archive, where works created across different periods temporarily coexist. The thematic core of the exhibition revolves around the relationship between corporeality and objecthood, between matter and interpretation, articulated through three distinct series: Qualia/Memories (2015 – 2018), Objects (2018 – ongoing), and Skin and Nails (2025 – ongoing). These series intersect like successive layers of a single problem. In the Objects cycle, everyday elements are isolated and ambiguously reinterpreted through photography; in Skin and Nails, the body's action supplants the object as the focal point of interaction; while Qualia/Memories introduces an autobiographical perspective that challenges the conventional notion of memory as an exclusively individual possession.

The exhibition avoids a conventional narrative sequence, opting instead to construct, following the flow of thought, a fluid configuration in which objects, bodies, and images continuously influence and reconfigure each other. The exhibition grid thus serves as a visual representation of a cognitive process, interspersed with sections, interruptions, and moments of reflection. Each painting occupies a space that is both containment and openness, as if painting itself required an architectural structure to manifest its intrinsic dynamism.

In this ambivalence lies one of the most significant strengths of Ćeranić's work. Objects retain their recognizability, yet appear subtly estranged, unhinged from the usual classifications that anchor them to everyday reality. The painting practice thus intervenes as a disruptive mechanism against the rapid proliferation of digital images, slowing down their transit, enriching their surface with successive layers, and revealing the temporality inherent in the creative gesture.

Instead of offering an explicit interpretation, the exhibition proposes an alternative approach to visual perception. Objects are no longer mere relics to be revered or symbols to be deciphered; instead, they transform into transitional nodes, surfaces upon which connections, images, and memories accumulate, transcending the ownership of a single individual. Nina Ćeranić's work, in this sense, deprives objects of a rigid meaning, maintaining them in a state of ambiguity where what we perceive is always the compendium of visions layered over time.